** lunedì, 03 dicembre 2007 **
Prologo Sarebbe stato impossibile non notarlo. Sedeva immobile su uno degli alti sgabelli, di fronte al bancone della taverna, leggermente in disparte, ma non abbastanza da passare inosservato. Guardava fisso davanti a sé, gelido e altero, stringendo in una mano il bicchiere allungato di vetro opaco e scheggiato, già per metà svuotato del liquido che conteneva, annacquato sidro di qualità scadente. Non parlava, le labbra sottili e rosse erano strette in un’espressione ermetica e gelida almeno quanto lo sguardo; pareva che nessun sorriso, o risata, le avesse mai sfiorate. Gli occhi fissavano lo scaffale alle spalle dell’oste, le bottiglie di liquori e le lunghe file di piatti e bicchieri. Erano acuti e pungenti, le piccole pupille nere scintillavano in mezzo alle iridi. Bicrome. Una era azzurra, un azzurro intenso, profondo, più prossimo al blu del mare in cui si riflette il cielo nelle giornate soleggiate. L’altra era invece chiara, di un grigio cristallino con sfumature metalliche, argentee. Pareva innaturale. I capelli, neri come ali di corvo, arrivavano a sfiorargli le spalle, ed erano trattenuti da un nastro di raso del medesimo colore; erano liscissimi e riflettevano la scarsa luce della locanda. Contrastavano con la pelle bianchissima del viso, esaltavano quei lineamenti appena accennati e delicatissimi, androgini, che lo rendevano simile ad una statua d’alabastro; una perfetta statua dell’Antica Grecia, assolutamente priva di espressione e di passioni, di sentimenti o turbamenti, di dolore o gioia. E nonostante sembrassero possedere la morbida consistenza della pelle umana, chiunque avrebbe giurato che fossero gelidi al tatto. Era vestito con classe ed eleganza, e questo lo rendeva ancora più atipico nell’ambiente squallido e polveroso di quell’infima taverna; le gambe sottili erano intrecciate attorno alle stecche sghembe e traballanti che costituivano le gambe dello sgabello, foderate da attillati pantaloni in velluto infilati in stivali neri, lucidi, alti fino al ginocchio. L’ampia camicia bianca cadeva in mille pieghe sul torace esile, infilata nei pantaloni, decorata con pizzi di raffinata fattura che, agli orli delle maniche, sfioravano le dita flessuose; una piccola gemma di zaffiro incastonata in una cesellata cornice d’argento era appuntata sullo jabot, appena sotto il collo. Non dimostrava più di quindici anni; la giovinezza del viso liscissimo, del tutto privo di barba, era solo in parte smentita dello sguardo, serio, maturo, adulto. Immobile, silenzioso, quel ragazzino era del tutto fuori luogo in quella topaia. Di tanto in tanto le dita tamburellavano sul rozzo bancone, o sul bicchiere tintinnante. Sembrava non sentire le voci sommesse che confabulavano ai tavoli, i borbottii che erompevano talvolta in sferzanti, sorde risate, sembrava non notare gli sguardi torvi, sinistri, che di tanto in tanto gli rivolgevano gli avventori incappucciati.
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Whispered by Starcatcher
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